8 aprile 2006
Telese, quando il Municipio s'illuminò di turchino
Fulvio Del Deo

 

 

Sono trascorsi quasi 2 mesi da quando il Sindaco ha promesso ai cittadini di Telese Terme residenti oltre il confine della linea ferroviaria che in 3-4 mesi non sarebbero stati più costretti a spendere cifre da capogiro per la mancanza di fognature e per l'indisponibilità del Nostro Depuratore Comunale.
Il miracolo dovrebbe essere prossimo... però finora non s'è visto ancora alcun segno premonitore.

 


 

 

E' lunedì sera. I negozi sono chiusi già da un pezzo, le vetrine sono spente. Nell'aria si respira la primavera con le sue serate che si allungano dolcemente. Un po' alla volta il Viale si spopola, spogliandosi pian piano delle auto in sosta disordinata, mostrandosi nuovamente come ormai lo ricordano solo pochi intimi.

 

Col suo passo felpato appare la nostra Regina vestita di colori sgargianti. Per un istante il suo sguardo si posa su questo pianeta, richiamato da un'auto che sfreccia violenta. Poi nei suoi occhi ritorna l'azzurro del mondo incantato. E' come una benedizione per noi tutti, che vola lieve nonostante il peso delle misteriose borse della spesa che porta sempre con sé.

 

Sul marciapiedi di fronte, un giovinotto attempato piuttosto frettoloso fischietta l'aria del Flauto Magico "Ein Mädchen oder Weibchen / Wunscht Papageno sich...", come per informare la notte del suo impellente bisogno di affetto, di mogliettina o almeno di donna ben disposta. Ma dall'aspetto, più che un Papageno ricorda il famoso Antonello Venditti, con i suoi raybam, coi quattro capelli lunghi sulla zucca pelata e la pancetta compressa nel jeans attillato stile Anni di Piombo.

 

Wird keine mir Liebe gewahren,
So mub mich die Flamme verzehren!
Doch kubt mich ein weiblicher Mund,
So bin ich schon wieder gesund!

 

"Se nessuna mi offrirà il suo amore, il fuoco mi consumerà... - continua a dire al mondo - ma se le labbra di una donna mi baceranno starò subito benissimo!" E si fionda difilato nella birreria, dove spera d'acchiappanzare in quattro e quattr'otto.

 

Poi nel silenzio, si ode una vocina di supplica: «O Fata mia, Fata mia!»

 

Proviene dal Municipio. Guardando in alto, si scorge una finestra illuminata da una bellissima luce turchina.

 

«Datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi per carità, perché non voglio morire, no, non voglio morire!»

La Fatina gli porge il bicchiere con affetto materno. E' meravigliosa, che neanche tutte le attrici più belle messe assieme potrebbero uguagliare cotanta grazia. Poi parla, con voce così soave da far squagliare tutti i gelati nel frigo del bar di fronte:

 

«Come vedi, la medicina t'ha fatto bene fin da subito! E allora dimmi, come mai prima ti sei fatto tanto pregare per berla?»

 

«Eh... gli è che noi ragazzi siamo tutti così: abbiamo più paura delle medicine che del male.»

 

«Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte... E ora parlami degli Oneri d'Urbanizzazione: che fine hanno fatto le monete d'oro che i cittadini hanno dato per ricevere in cambio i servizi di cui hanno tanto diritto?»

 

«Le ho perdute...», ma è una bugia, sicché il naso gli cresce d'una spanna.

«E dove l'hai perdute?»

 

«Nel bosco qui vicino.»

 

«Se le hai perdute nel bosco vicino, - dice la Fata - le cercheremo e le ritroveremo, perché tutto quel che si perde nel vicino bosco si ritrova sempre.»

 

«Ah... ora che mi rammento bene, le monete non l'ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.»

 

A questo punto il naso si allunga in un modo così straordinario che il poveretto non può più girarsi da nessuna parte. Se si volta di qui batte il naso nei vetri della finestra, se si volta di là lo batte nelle pareti o nella porta, se alza un po' più il capo corre il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata. E la Fata lo guarda e ride.

 

«Perché ridete?», domanda lui tutto confuso e impensierito di quel naso che cresce a occhiate.

 

«Rido della bugia che hai detto...»

 

«Come mai sapete che ho detto una bugia?»

 

«Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte e le bugie che hanno il naso lungo. La tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo.»

 

«Oh Fatina, Fatina mia! Ti prego, dimmi cosa ho da fare per poter tornare normale! Ti prego Fatina, non mi lasciare così!»

 

La Fatina, che ha un cuore grande come un monovolume Renault dove c'è spazio per tutti, gli asciuga le lacrime e sussurra:

 

«Raccontami adesso del depuratore... della tua idea della vasca di decantazione... e poi del mini-depuratore prefabbricato che qualcuno diceva si costruisse prestissimo...»

 

«Ecco, Fatina, io di codesti poveri cittadini d'oltre ferrovia che pagan di più per fare i bisognini che non per mangiare, fino a poco tempo fa non sapevo nulla di nulla, nessuno me n'aveva mai parlato!»

 

E il naso gli si allunga d'altre due dita abbondanti.

 

«Ah, ah! attento ragazzo! Bada che il naso ti tradisce. Io lo so, tu sei di buon cuore, altrimenti non saresti qui a spendere le tue energie per il prossimo, ma saresti come tanti altri, rintanato in casa davanti alla televisione, sempre pronto a dir male di tutto e di tutti, avendo come unico pensiero il proprio piccolo e meschino tornaconto. So bene che tu invece sei fatto di tutt'altra pasta e che dentro questo bel legno verniciato batte un cuore grande; ma come tutte le persone di cuore che si espongono al mondo, sei spesso tentato dalle bugie...»

 

«E va bene Fatina, non dirò più bugie! Non è vero, come tu dici, che sono tanto generoso e che sono qui solo per donare le mie energie al prossimo. Non sono un benefattore; anzi, finora ho pensato solo a me stesso, ho cercato in tutti i modi di darmi lustro, con l'unico scopo di diventare un ragazzo in carne e ossa...», a questo punto il naso d'improvviso torna alle sue dimensioni normali.

 

«Bravo, bravo! Vai avanti così. In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono di tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che riconoscono i propri errori meritano sempre grande lode e grande affetto!» e con  impeto stringe sul suo seno da favola quella testolina di legno ancora umida di lacrime.

 

«No Fatina, io non merito nulla finché non compio in pieno il mio dovere risolvendo una volta per tutte i grossi problemi così a lungo ingorati... Se penso che quelle brave personcine aspettan fiduciose, sto così tanto male che adesso mi metto a piangere di nuovo!»

 

«I ragazzi che assistono premurosamente il prossimo meritano sempre ammirazione e amore, anche se non possono essere citati come modelli di ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire e sarai felice.»

 

 

A questo punto il sogno finì e Pinocchio si svegliò con tanto d'occhi spalancati.

 

Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno, ma che era diventato invece un ragazzo come tutti gli altri.

 

E vide un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su di una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrociate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

 

«Com'ero buffo, quand'ero burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!»

 
  
Fulvio Del Deo
 
 
(I versi di Papageno sono tratti dal libretto di E. Schikaneder del "Flauto Magico" di W. A. Mozart. La scenetta della Fata Turchina è liberamente ispirata a "Le Avventure di Pinocchio" di Carlo Collodi)

 

 

     

Segnalazioni di Fulvio Del Deo


Per intervenire: invia@vivitelese.it