Sono trascorsi quasi 2 mesi da quando il
Sindaco ha promesso ai cittadini di
Telese Terme residenti oltre il confine
della linea ferroviaria che in 3-4 mesi
non sarebbero stati più costretti a spendere
cifre da capogiro per la mancanza di
fognature e per l'indisponibilità del
Nostro Depuratore Comunale.
Il miracolo dovrebbe
essere prossimo... però finora non s'è visto
ancora alcun segno premonitore.
E' lunedì
sera. I negozi sono chiusi già da un pezzo,
le vetrine sono spente. Nell'aria si respira
la primavera con le sue serate che si
allungano dolcemente. Un po' alla volta il
Viale si spopola, spogliandosi pian piano
delle auto in sosta disordinata, mostrandosi
nuovamente come ormai lo ricordano solo
pochi intimi.
Col suo passo
felpato appare la nostra Regina vestita di
colori sgargianti. Per un istante il suo
sguardo si posa su questo pianeta,
richiamato da un'auto che sfreccia violenta.
Poi nei suoi occhi ritorna l'azzurro del
mondo incantato. E' come una benedizione per
noi tutti, che vola lieve nonostante il peso
delle misteriose borse della spesa che porta
sempre con sé.
Sul
marciapiedi di fronte, un giovinotto
attempato piuttosto frettoloso fischietta
l'aria del Flauto Magico "Ein Mädchen
oder Weibchen / Wunscht Papageno sich...",
come per informare la notte del suo
impellente bisogno di affetto, di
mogliettina o almeno di donna ben disposta.
Ma dall'aspetto, più che un Papageno ricorda
il famoso Antonello Venditti, con i suoi
raybam, coi quattro capelli lunghi
sulla zucca pelata e la pancetta compressa
nel jeans attillato stile Anni di Piombo.
Wird
keine mir Liebe gewahren,
So mub mich die Flamme verzehren!
Doch kubt mich ein weiblicher Mund,
So bin ich schon wieder gesund!
"Se nessuna
mi offrirà il suo amore, il fuoco mi
consumerà... - continua a dire al mondo - ma
se le labbra di una donna mi baceranno starò
subito benissimo!" E si fionda difilato
nella birreria, dove spera d'acchiappanzare
in quattro e quattr'otto.
Poi nel
silenzio, si ode una vocina di supplica:
«O Fata mia, Fata mia!»
Proviene dal
Municipio. Guardando in alto, si scorge una
finestra illuminata da una bellissima luce
turchina.
«Datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi
per carità, perché non voglio morire, no,
non voglio morire!»
La Fatina gli porge il
bicchiere con affetto
materno. E' meravigliosa, che neanche tutte
le attrici più belle messe assieme
potrebbero uguagliare cotanta grazia.
Poi parla, con voce così soave da far
squagliare tutti i gelati nel frigo del bar
di fronte:
«Come vedi, la
medicina t'ha fatto bene fin da subito! E
allora dimmi, come mai prima ti sei fatto
tanto pregare per berla?»
«Eh... gli è che noi
ragazzi siamo tutti così: abbiamo più paura
delle medicine che del male.»
«Vergogna! I ragazzi
dovrebbero sapere che un buon medicamento
preso a tempo può salvarli da una grave
malattia e fors'anche dalla morte... E ora
parlami degli Oneri d'Urbanizzazione: che
fine hanno fatto le monete d'oro che i
cittadini hanno dato per ricevere in cambio
i servizi di cui hanno tanto diritto?»
«Le ho perdute...»,
ma è una bugia, sicché il naso gli cresce
d'una spanna.
«Se le hai perdute nel
bosco vicino, - dice la Fata - le cercheremo
e le ritroveremo, perché tutto quel che si
perde nel vicino bosco si ritrova sempre.»
«Ah... ora che mi
rammento bene, le monete non l'ho perdute,
ma senza avvedermene le ho inghiottite
mentre bevevo la vostra medicina.»
A questo punto il naso
si allunga in un modo così straordinario che
il poveretto non può più girarsi da nessuna
parte. Se si volta di qui batte il naso nei
vetri della finestra, se si volta di là lo
batte nelle pareti o nella porta, se alza un
po' più il capo corre il rischio di ficcarlo
in un occhio alla Fata. E la Fata lo guarda
e ride.
«Perché ridete?»,
domanda lui tutto confuso e impensierito di
quel naso che cresce a occhiate.
«Rido della bugia che
hai detto...»
«Come mai sapete che
ho detto una bugia?»
«Le bugie, ragazzo
mio, si riconoscono subito, perché ve ne
sono di due specie: vi sono le bugie che
hanno le gambe corte e le bugie che hanno il
naso lungo. La tua per l'appunto è di quelle
che hanno il naso lungo.»
«Oh Fatina, Fatina
mia! Ti prego, dimmi cosa ho da fare per
poter tornare normale! Ti prego Fatina, non
mi lasciare così!»
La Fatina, che ha un
cuore grande come un monovolume Renault dove
c'è spazio per tutti, gli asciuga le lacrime
e sussurra:
«Raccontami adesso del
depuratore... della tua idea della vasca di
decantazione... e poi del mini-depuratore
prefabbricato che qualcuno diceva
si costruisse prestissimo...»
«Ecco, Fatina, io di
codesti poveri cittadini d'oltre
ferrovia che pagan di più per fare i
bisognini che non per mangiare,
fino a poco tempo fa non sapevo nulla di
nulla, nessuno me n'aveva mai parlato!»
E il naso gli si
allunga d'altre due dita abbondanti.
«Ah, ah! attento
ragazzo! Bada che il naso ti tradisce. Io lo
so, tu sei di buon cuore, altrimenti
non saresti qui a spendere le tue energie
per il prossimo, ma saresti come
tanti altri, rintanato in casa davanti alla
televisione, sempre pronto a dir male di
tutto e di tutti, avendo come unico pensiero
il proprio piccolo e meschino tornaconto. So
bene che tu invece sei fatto di tutt'altra
pasta e che dentro questo bel legno
verniciato batte un cuore grande;
ma come tutte le persone di cuore che si
espongono al mondo, sei spesso tentato
dalle bugie...»
«E va bene Fatina, non
dirò più bugie! Non è vero, come tu
dici, che sono tanto generoso e che sono qui
solo per donare le mie energie al prossimo.
Non sono un benefattore; anzi, finora ho
pensato solo a me stesso, ho cercato in
tutti i modi di darmi lustro, con l'unico
scopo di diventare un ragazzo in carne e
ossa...», a questo punto il naso
d'improvviso torna alle sue dimensioni
normali.
«Bravo, bravo! Vai
avanti così. In grazia del tuo buon cuore,
io ti perdono di tutte le monellerie che hai
fatto fino a oggi. I ragazzi che riconoscono
i propri errori meritano sempre grande lode
e grande affetto!» e con impeto stringe
sul suo seno da favola quella testolina di
legno ancora umida di lacrime.
«No Fatina, io
non merito nulla finché non compio in pieno
il mio dovere risolvendo una volta per
tutte i grossi problemi così a lungo
ingorati... Se penso che quelle brave
personcine aspettan fiduciose, sto
così tanto male che adesso mi metto a
piangere di nuovo!»
«I ragazzi che
assistono premurosamente il prossimo
meritano sempre ammirazione e amore, anche
se non possono essere citati come modelli di
ubbidienza e di buona condotta. Metti
giudizio per l'avvenire e sarai felice.»
A questo punto il sogno finì
e Pinocchio si svegliò con
tanto d'occhi spalancati.
Ora immaginatevi voi quale
fu la sua meraviglia quando,
svegliandosi, si accorse che
non era più un burattino di
legno, ma che era diventato
invece un ragazzo
come tutti gli altri.
E vide un grosso burattino
appoggiato a una seggiola,
col capo girato su di una
parte, con le braccia
ciondoloni e con le gambe
incrociate e ripiegate a mezzo,
da parere un miracolo se
stava ritto.
«Com'ero buffo, quand'ero
burattino! e come ora son
contento di essere diventato
un ragazzino
perbene!»
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Fulvio Del Deo
(I versi di Papageno sono
tratti dal libretto di E. Schikaneder del
"Flauto Magico" di W. A. Mozart. La scenetta
della Fata Turchina è liberamente ispirata
a "Le Avventure di Pinocchio" di Carlo
Collodi)
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