1879 - I bagni di Telese, parole d'un bagnante - 27-07-04 - Ezio Esposito

 

 

Tratta dal libro: Telese - Tra storia e cronaca

negli scritti di Luigi Riccardi.

Pubblicato nel 1991 Arti Grafiche "Don Bosco" - Telese - Fornitura materiale Ezio Esposito

 


 

I BAGNI DI TELESE

PAROLE D'UN BAGNANTE

 

E se tu vuoi crepare in men d'un mese,

Vatti a bagnar nell'acqua di Telese.

 

 

 

Mi lessi il manifesto ed all'istante

Mi feci le bagaglie e m'avviai,

Ed ecco che così anch'io bagnante

Dell'acqua di Telese diventai;

Ma, a dirla un po' tra noi e franca franca,

Quanto si disse, tanto all'acqua manca.

 

 

Come all'ottobre quando vanno via

In lunga fila i vagabondi uccelli,

Così m'assale sulla ferrovia

Di cocchieri, accattoni e di monelli

Una turba grossissima, molesta,

Con alte grida empiendomi la testa.

 

 

Chi mi prende il sacchetto e chi l'ombrello,

Chi mi dà nelle gambe e chi mi tira,

Chi propone il trattore e chi l'ostello,

Chi col compagno suo forte s'adira,

Chi un cavallo mi sospinge addosso,

Chi dalla via mi fa cader nel fosso.

 

 

E quando t’hanno bene accomodato,

Per dirla un po' così come si dice,

Puoi chiamarti proprio fortunato,

Se su d'un legno arrampicarti lice;

Ve quattro posti, e vi si siede ad otto

Quattro preti, tre vecchie ed un bigotto.

 

 

 

 

E' il cavallo un brutto ronzinante

Con quattro o cinque lusti sulle quoja,

Scalmanato, arrembato, zoppicante,

E litiga la pelle a Sant'Aiola;

II cocchiere ubbriaco è come Bacco;

I reverendi pigliano tabacco.

 

 

La carrozzella è un vecchio casciabanco

Che cigola, suonando un minuetto,

Trabalza sempre, e chi ti da nel fianco,

Chi ti da nelle reni, e chi nel petto,

Chi ti pigia sui calli e sì t'investe

Da conciarti pel giorno delle feste.

 

Come Dio volle, alfin, la carrozzella

Fermò l'auriga accosto d'un cancello;

Un omaccione, che color cannella

Avea la lunga barba, ed un randello

Nodoso tra le. mani, era li presso

Agli importuni per vietar l'ingresso.

 

 

Com'entro, mi consegna un bigliettino,

Borbottando: pagatemi l'ingresso...

«Oh questo - dissi - è ritrovato fino!

Si paga anco l'entrar? oh che tirata!»

Pago ed entro, dicendo a mezza bocca:

In tutti i modi qui s'arraffa e scrocca.

 

 

E chi concesse tali bagni a questa

Razza di serenissimi pirati?

Una ciurma di gente senza testa

Della provincia consiglier' chiamati;

Oh se tal gente a consigliar comincia

In cotal guisa, povera provincia!

 

 

E, si dicendo, trovomi arrivato

D'aspetto nel magnifico salone;

Al corpo stanco, affranto e travagliato

Spero dare un un pochin di refrizione;

Adatto le valigie, e piano piano

Stendo le lasse membra sul divano.

 

 

E veggo giovinastri da dozzina,

Come l'Astore fa nella campagna,

Se preda alcuna adocchia o la gallina,

Girare attorno un tondo di lavagna,

Ove sorrisi vende e le fresella

La bionda e lunga lunga Teresella.

 

 

Un pochino più in là Totonno Bove

Sbuca dal suo casotto di rettore,

Guarda i suoi fossi... e po' la vista altrove

Rivolge pien di cruccio e di dolore,

Ed ode lungi gracidar la rana

Che sguazza nella sua acqua malsana.

 

 

Come d'aprile al fresco vespertino

Lievemente trascorron le barchette

Per l'acque tremolanti d'un bacino,

Così per la magia delle mollette

Il divano si muove... ahi! era.. di botto

Il divano sta sopra ed io sto sotto.

 

 

Cado, e travolgo nella mia rüina

Un becero, un villano, una servetta,

Un ciabattino, un prete, una beghina...

Virtù non era, ahimè! della molletta,

Che dava moto a quella cassapanca,

Ma un piede ch'era rotto a mano manca.


 

 

 

Col gibusso schiacciato e la giamberga

Tutta a brandelli mi levar dal suolo,

E mi menàro là, nella stramberga

Che chiamano caffè, e, per consuolo,

A ber mi diero del lagrima Cristi...

Ahi, dura terra, perché non t'apristi?

 

 

Lagrima Cristi quel licor non era,

Ma era ben quello che bevve Cristo

In sulla Croce l'ultima sua sera...

A far di molto il mio dolor più tristo

S'aggiunge un Delegato disumano

Che fecemi pagare anche il divano.

 

 

Disperato, per Dio, chiappo un biglietto

E corro dritto' dritto al camerino...

Ahi quanto, a dir qui'era, acre dispetto

Mi si risveglia in sen'; sporco, piccino

Era com'una gabbia, stretto, brutto,

Sedie non v'è, né mobile del tutto.

 

 

Svestito, i panni metto là per terra,

E tuffomi in quell'acqua senza tinta;

Ma non so che diamine m'afferra...

La respirazione è quasi estinta...

Tremo... trabalzo... ahi l'acido carbonico

Sta per farmi la festa del canonico...

 

 

Come scappa talvolta un fanciullino

Se vede a sera un'ombra proiettata,

Fuggo dall'acqua su nel camerino...

Un camerier domanda sull'entrata:

Come la... va la vostra Signoria?

La... vo il vormacan che Dio ti dia.

 

 

Esco, prendo un calesse, e di carriera

Mi fo condurre a Santo Salvatore;

Prima d'entrar ecco una grossa schiera

Appressarsi e fermare il conduttore;

Fosser ladri, temei, ma assicurato

Venni dal lor classico latrato.

 

 

Come fanno alla riva d'Acheronte

Le anime affollate per passare

Nella sdrucita barca di Caronte,

Di qua, di là mi vengono a gridare:

Stanze belle, signor; poca pigione...

Gesuè...il Barone e il chiacchierone.

 

 

Il chiacchierone: ammobigliate stanze

Mi gridava - Signor, venga a vedere;

Vi si respiran le dolci fragranze

Della campagna, ed havvi un belvedere...

 Vado... e ti trovo là, sul pavimento

Per letti sacchi, e per sedil cemento.

 

 

Che t'uccidan, per Dio. prima di sera –

Gli grido - cane, e me ne scappo via;

Ma, mentre scappo veggo una bandiera

Con su scritto: Albergo e Trattoria,

E, senza più, m'infilo nel portone,

Mentre gridava: «aspetta» il chiacchierone.

 

 

Entro, ed ecco la grassa Dianora,

Che conversava con Don Vincenzino.

«Benvenuto, Eccellenza, e la signora?»

«Come sta la signora? e il su' piccino?»

- Sono scapolo - «Ah già!... e la ragazza?.

Se lo dico, per Dio, quest'altra è pazza!»

 

 


 

«Vuol vedere una stanza?» - Se le piace...

- « La più bella?» - S'intende - «Un poco cara…»

- Fa nulla, purché sia... - «Con vostra pace,

«La tengo per il principe Bagnara!

«L'è bella, larga, guarda sulla via...

«Oh la venga a veder vossignoria.»

 

 

Andammo; la guardai, forse che stata

Meglio sarebbe a farvi di conigli

Una razza, che ad essere fittata..,;

Ma, per non correr di maggior' perigli,

Mi vi fermai, e pöi - che ero io,

O lire sei al dì, o andar con Dio.

 

 

Il giorno, verso vespro, alla finestra

Mi feci ad ascoltar una cert'aria...

Quando ti veggo sulla via maestra

Un tafferuglio, e sassi andare all'aria...

Che è, e che non è? dei mascalzoni

Che se le danno a calci e a sergozzoni.

 

 

Sono i quattro fattorini autorizzati

Dal Municipio e con le placche al petto

Che non intendon esser soverchiati

Da quei di Maddaloni che, a dispetto,

Lavoran molto e son contenti al poco

E il monopolio lor non può aver loco.

 

 

Viene la sera, e scendo nella piazza

Semideserta, lurida ed oscura;

Gironza un prete, un vecchio e una ragazza

Buona a fare alle passere paura,

Quattro monelli, e giù, nella voltata,

La musica che guasta una sonata

 

 

Sbadigliando ed a passo innanzi passo,

Già stufo, mi ritiro nell'albergo,

Quando, fischiando, un maledetto sasso,

Forte mi viene a rimbalzar sul tergo,

Ahi! mi volto e veggo Chiacchierone

Che mi bravava a tanto di vocione.

 

 

Pazienza - dissi - narra la scrittura.

Se ti percuote alcuna la guancia dritta,

Tu porgi l'altra; oh quella creatura

Più felice sarà, che tu più afflitta!...

Salgo, e spero guarire il mio dispetto

Facendo un dolce sonnerello a letto.

 

 

«Le sirene dei fossi, allettatrici

Del sonno, di color vari fregiate,

E del prato e de l'onda abitatrici»

Intuonano però lor cantate,

E, con tali simpatiche armonie,

Scacciano il sonno dalle luci mie.

 

 

Aggiungi a ciò d'insetti un nembo intero

Che corse su pei plumbei lenzuoli,

V'era la lesta pulce, e v'era il nero

E grave pimicion; librati a voli

V'eran tavàni e zanzare coi fiocchi,

Ed altra roba con la rima in occhi.

 

 

Come colui che dalla scabbia è colto,

Od acremente dall'ortica è punto,

Or grattomi le gambe ed ora il volto,

Ed ora in questo, ed ora in quell'altro punto,

Ora bestemmio, ed or cado sopito...

Ma ricomincia quel fatai prurito.


 

 


 

Corpo e sangue - esclamai - d'un satanasso,

Mi vogliono ammazzar quei ladroni?

Mi vesto, fo il bagaglio e scendo abbasso,

Pago l'oste, risveglio i postiglioni,

Salgo in carrozza e me ne vò al vapore,

Lasciandogli i malanni e le malore.

 

Era l'aere bruno e senza stella

E con Tifone invan stava la luna,

Con tutto questo pure una procella

Di Lazzaroni intorno a me s'aduna,

Sfiatandosi a gridare «ohe, la gente,

Uscite su, che se ne va un fetente.»

 

Ahi, Minier, di quanto mal sei fonte,

Con questi bagni amici della morte,

Ma se mai il buonsenso alza la fronte,

Quivi l'ortica pianterà sua corte:

Ché chi vuole crepare in men d'un mese

Deve venire ai Bagni di Telese.

 

 

Telese, Agosto 1879

Uno Scapato

 

 


 

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